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La domanda sociale di beni culturali
Qualche elemento di riflessione per una lettura sociologica
del patrimonio culturale
di Enzo Nocifora
1. Premessa.
Una
delle contraddizioni principali in cui si dibatte la politica dei beni
culturali nel nostro Paese è quella di fondarsi su di una definizione
di base particolarmente onnicomprensiva, che conferisce dignità di tutela
a qualunque bene rappresenti, in qualche modo ed in qualunque forma,
una “testimonianza di civiltà”. A fronte di una così ampia e totale
volontà di salvaguardia si registra, complessivamente, una generale
sottovalutazione dell’importanza socio-economica e politica del settore
dei beni culturali. E non parliamo qui della vera e propria disattenzione
specifica per molti significativi beni monumentali, artistici ed archeologici,
la cui importanza, come vedremo fra breve, è del tutto fuori discussione.
Ci riferiamo, piuttosto, alla complessiva sottovalutazione del rapporto
dialettico che esiste fra identità collettiva e patrimonio culturale
e alla semplicistica riduzione del problema ad una questione tecnico-specialistica
di conservazione/valorizzazione.
Poniamo
questo problema a partire da una banalissima considerazione di buon
senso. Il patrimonio artistico, monumentale e storico del nostro Paese
è incontestabilmente straordinario: non vi è chi si dichiari
esplicitamente contrario alla sua conservazione e valorizzazione.
Possiamo dire anzi che ogni iniziativa mirata a ribadire l’importanza
di una strategia di valorizzazione viene pressocchè universalmente acclamata
ed amplificata senza il benhè minimo rilievo critico. Ciò nonostante
non vi è chi non veda che vi sono moltissime opere, monumenti, vestigia
senza dubbio importanti, ma lasciate in condizioni di degrado e di abbandono
e su cui di tanto in tanto la stampa si incarica di richiamare l’attenzione
della pubblica opinione. In altri termini siamo tutti favorevoli, ma
poi c’è qualcuno che lo è veramente e qualcun’altro che lo è solo a
parole. Come mai? perchè ci troviamo in una situazione così contraddittoria?
2. La cornice ipotetica della ricerca.
La
spiegazione che viene fornita, superficialmente, è quella secondo cui,
postulata la vastità del patrimonio culturale italiano e la limitatezza
- per definizione - delle risorse utilizzabili a fini di tutela, vi
sarà sempre un qualche manufatto in una non adeguata situazione di protezione
e di valorizzazione. Questa spiegazione appare, anche ad un’analisi
superficiale, del tutto insufficiente. Non vi è chi non sia in grado
di notare come l’impegno pubblico in questo campo, negli ultimi anni,
ha avuto una dimensione crescente. Aumentano le risorse pubbliche destinate
alla conservazione alla valorizzazione, e cresce anche, cosa non del
tutto secondaria l’attenzione sociale per i beni culturali in genere.
In un Paese in cui vi è sempre stata una grande attenzione per la tradizione
storica e culturale ed in cui oggi cresce la scolarizzazione complessiva
della popolazione sembrerebbe di essere di fronte ad una situazione
ideale. Eppure le situazioni di abbandono esistono ugualmente e non
si riferiscono solamente a monumenti di secondaria importanza. Come
mai?
La nostra ipotesi è che, a fronte di una definizione istituzionale che
ha un carattere abbastanza marcato di onnicomprensività esiste, e non
può che essere così, una tutela che ha carattere selettivo, la quale
interviene in alcuni settori e non in altri; e la selezione avviene
secondo criteri che non sono solo tecnico-specialistici, ma che sono
anche, e legittimamente, di tipo sociale e politico.
Avanziamo questa ipotesi con un certa cautela e prudenza, dovute soprattutto
al carattere del tutto preliminare delle ricerche empiriche che intendiamo
porre in essere per sottoporre a verifica una tale affermazione, ben
disponibili a rivederla e a modificarla qualora i dati e le informazioni
raccolte la confutino inequivocabilmente.
Quello che ci sembra importante sottolineare è che dalle operazioni
preliminari di ricerca emerge con una certa dose di chiarezza il fatto
che, senza prendere minimamente in considerazione quegli interventi,
che pure vi sono stati, di tipo evidentemente politico o addirittura
clientelare, vi sono ugualmente considerazioni aventi carattere sociologico
e politico-sociale che spiegano dove e perchè si interviene e secondo
quali criteri viene operata la selezione su che cosa tutelare e valorizzare
e cosa lasciare al degrado inesorabile del tempo. Certamente duole ammetterlo
ma i decisori pubblici sono spesso, più o meno consapevolmente, chiamati
ad operare un’attività di selezione che, volenti o nolenti, ha come
implicazione diretta l’abbandono di pezzi significativi del nostro passato.
Prendere coscienza del processo di selezione che, per effetto di questa
complessa situazione avviene, è l’unico modo per non affidarsi alla
presunta oggettività dei criteri tecnici, ma piuttosto per operare delle
scelte consapevoli e trasparenti. Nel campo dei beni culturali consapevolezza
e trasparenza vuol dire sostanzialmente fare in modo che, accanto ai
necessari criteri tecnici, siano tenute presenti anche le ragioni della
coesione sociale e culturale di una collettività, quella coesione sociale
e culturale di cui “le testimonianze di civiltà” sono la manifestazione
tangibile e concreta.
3. La “disattenzione” dei sociologi.
L’approccio
sociologico non ha fornito, sinora, un rilevante contributo analitico
all’attività definitoria degli specialisti. Mancano studi sistematici
e mancano persino ricerche che abbiano indagato a fondo le implicazioni
sociali e culturali del concetto di bene culturale. La rapidità con
cui il campo della ricerca sul patrimonio culturale è stato “occupato”
dagli storici dell’arte, dai tecnici dei materiali e dai filologi ha
fatto prevalere una logica di conservazione che finisce per far passare
in secondo piano il tema della valorizzazione e della divulgazione.
Non è questa la sede per indagare il perchè di questa “disattenzione”
e le ragioni teoriche profonde, ideologiche e culturali, che stanno
all’origine del processo di selezione degli oggetti di studio. Il problema
si presenta fra gli altri per diversi ambiti empirici concreti di primaria
importanza come lo sport, il turismo, il corpo, l’abitazione, tanto
per fare qualche esempio alla rinfusa. Quello che però qui ci interessa
soprattutto rilevare è che queste vere e proprie lacune hanno fatto
passare in secondo piano il problema della definizione di strumenti
di indagine di carattere culturale e sociale rispetto al punto di vista
di discipline che possono vantare un processo di istituzionalizzazione
ben più spinto di quello che ha caratterizzato le discipline sociologiche.
Da ciò deriva quella che oggi si presenta come una sorta di visibile
e persistente miopia che rende difficoltosi processi decisionali i quali
si gioverebbero notevolmente di strumenti di analisi e di valutazione
sociologicamente orientati. Valga per tutti un esempio abbastanza banale.
ma significativo.
In una fase storica in cui le risorse pubbliche sono tendenzialmente
sempre più scarse, sulla base di quale criterio suggeriamo di investire
risorse per la salvaguardia e la conservazione di determinati monumenti
nel momento stesso in cui le strategie di controllo del debito pubblico
impongono tagli alla spesa sociale o previdenziale? Con quali argomentazioni
possiamo sostenere che un determinato bene culturale è più importante
di un aumento delle pensioni sociali o di un abbassamento dei ticket
sanitari se non abbiamo una precisa motivazione di tipo sociale? Siamo
ben lontani dal pensare che questo tipo di motivazione non esista, ma
siamo nel contempo del tutto convinti che le argomentazioni di tipo
tecnico o storico-filologico sono destinate ad avere sempre meno capacità
di convinzione.
In altri termini non rivendichiamo l’importanza ed il ruolo di una sociologia
dei beni culturali per pure e semplici ragioni di tutela disciplinare,
quanto piuttosto perchè senza una concreta e coerente argomentazione
di questo tipo sarà sempre più difficile convincere, non tanto i decisori
pubblici quanto piuttosto i cittadini, della necessarietà della spesa
per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, monumentale
ed artistico del paese. Quei risultati che sino a ieri è stato possibile
conseguire in termini di conservazione saranno ben difficili da perseguire
ulteriormente senza una precisa capacità di argomentazione che presenti
tutela e valorizzazione come strumenti per il rafforzamento della cultura
e dell’identità nazionale, argomenti concreti di un discorso sociologico
più vasto e globale.

4. Alcuni esempi empirici.
Volendo
affrontare il problema da un punto di vista sociologico, occorre in
qualche modo pervenire alla individuazione di specifici ambiti empirici
di ricerca che rendano verificabile il tipo di analisi che qui proponiamo.
Per fare ciò è preliminare una distinzione abbastanza generale. Esistono,
infatti, almeno tre tipi di beni culturali che dall’analisi sociologica
possono essere connotati in termini specifici:
- opere di valore storico/artistico significativo che per questa ragione
contribuiscono alla definizione culturale di un contesto sociale;
- opere non riconosciute come significative dal punto di vista storico-artistico
ma rilevanti sotto il profilo sociale;
- opere non riconosciute come rilevanti né da un punto di vista artistico
né sociale ma che possono acquisire significatività in un determinato
contesto progettuale.
Per quanto riguarda le opere già riconosciute come degne di essere tutelate
si trascura in genere il fatto che, mentre in linea di principio opera
una definizione abbastanza onnicomprensiva, vengono cioè considerati
degni di tutela monumenti di qualunque epoca storica ed orientamento
artistico, nella realtà avviene una selezione particolarmente spietata.
Nella migliore delle ipotesi l’individuazione delle priorità avviene
ad opera di tecnici, i quali non possono non valutare secondo criteri
che, per quanto generalmente condivisi dalla comunità scientifica, rappresentano
comunque il punto di vista parziale delle “scuole” dominanti ed i criteri
di gusto socialmente accettati. Quante chiese sono state restaurate
eliminando le sovrapposizioni barocche e recuperando la struttura originaria
romanica, implicitamente obbedendo al gusto della nostra epoca che è
più vicino allo stile sobrio e austero piuttosto che all’ornamento pesante
del XVII e XVIII secolo?
Abbiamo già detto che in un quadro di risorse pubbliche scarse, e a
fronte di un patrimonio comunque cospicuo, una qualche selezione deve
necessariamente essere operata. Quello che ci sembra di dover sottolineare
è che molto spesso, come tecnici, siamo molto meno “neutrali” di quanto
vorremmo essere. Ciò che ci appare incontestabilmente artistico è tale
solo alla luce delle convinzioni e delle costruzioni socio-culturali
della nostra epoca.
Sottolineiamo questi elementi di analisi deliberatamente senza entrare
nel merito di quei criteri di scientificità che, consapevolmente o meno,
finiscono per coincidere, con gli interessi di un’impresa, magari perché
in possesso di una determinata tecnologia. E vogliamo evitare,in tale
sede, di parlare, ma il caso è tutt’altro che infrequente, di quelle
scelte che vengono operate in sede istituzionale da personaggi interessati
ad avere un qualche vantaggio politico e/o d’immagine.
Quello che ci interessa ribadire in primo luogo è che, persino in un
paese ricco di beni culturali qual’è il nostro, e forse proprio per
questo, una qualche selezione in ogni caso si verifica. Pensiamo sia
di gran lunga preferibile che essa avvenga consapevolmente, seguendo
un percorso decisionale trasparente, che tenga conto non soltanto di
criteri di ordine generale, ma anche della logica specifica con cui
la società si rapporta a quel determinato bene. Non sono solo gli addetti
ai lavori le uniche autorità competenti in materia, ma sono le forze
sociali ad avere più di qualche diritto a dire la loro.
Il secondo caso su cui vorremmo soffermare la nostra attenzione è quello
delle opere che non rientrano in un piano di valorizzazione consapevole,
o perché non hanno un particolare valore artistico e monumentale o perché
non sono percepite come prioritarie dai decisori istituzionali. In un’ottica
squisitamente sociologica si può verificare il caso in cui un’opera
di questo tipo risulta avere un significato particolarmente spiccato
perché rappresenta un messaggio chiaramente leggibile in termini sociali.
Si pensi a quei manufatti del tutto modesti e privi di valore artistico,
ma che testimoniano un passaggio cruciale della vita e/o della storia
di una determinata comunità.
Se é riconosciuto dagli antropologi e dai sociologi il significato culturale
degli attrezzi contadini o degli impianti di archeologia industriale,
spingere le autorità ad immobilizzare risorse in questo tipo di interventi,
in concorrenza con manufatti di evidente valore monumentale o archeologico,
è ovviamente particolarmente difficoltoso.
Abbiamo infine beni che non hanno alcun valore artistico o monumentale
e che, pur non essendo riconosciuti come beni culturali, testimoniano
però di un passaggio cruciale nella storia di una comunità. E’ in questi
casi che un progetto di conservazione e di tutela, deliberatamente perseguito
da un qualunque gruppo sociale, rappresenta un preciso investimento
in termini di memoria storica. Se noi riusciamo a fermare il ricordo
di un determinato fatto e/o evento non facciamo che sottolineare un
determinato contenuto identitario ed indicarlo all’insieme della comunità
come significativo.
Siamo quindi nell’ambito del progetto, della volontà specifica non tanto
di conservazione e di tutela, quanto piuttosto di costruzione sociale
del patrimonio culturale di una determinata comunità. Il Risorgimento
e la prima fase dell’Unità nazionale sono state segnate dalla valorizzazione
di siti e monumenti, a volte di scarso valore artistico e grondanti
retorica, ma che avevano un preciso significato in termini di contenuto
identitario nazionale. Proporre al turista nazionale un tour dei luoghi
della prima guerra mondiale, come qualche tour operator ha cercato di
fare qualche anno fa con scarsa fortuna, rappresenta un’operazione culturale
dal contenuto auto-evidente. Costruire un monumento ad Ellis Island
é una precisa operazione di rafforzamento dell’identità multiculturale
statunitense, a scapito dell’identità “WASP” che ha caratterizzato la
storia di quel paese fino ad alcuni decenni fa.
5. Una conclusione del tutto provvisoria.
La
tesi che abbiamo cercato di dimostrare con questa nostra riflessione
è che l’analisi sociologica é in grado di aiutarci ad assumere decisioni
molto significative in materia di criteri di selezione del patrimonio
culturale, monumentale ed artistico, fornendoci quegli strumenti indispensabili
per scegliere sulla base di precisi orientamenti di merito.
A parte ogni altra considerazione tecnica ci sembra rilevante sottolineare
un fatto che agli stessi tecnici dovrebbe stare molto a cuore. Più è
chiaro ed evidente per la comunità il significato di un determinato
bene e più è agevole reperire risorse di mercato con cui integrare le
risorse pubbliche. Se il quadro entro cui ci muoviamo è quello di un’iniziativa
pubblica che con sempre maggiore parsimonia investirà risorse nella
tutela dei beni culturali, allora la condivisione sociale dell’intervento
diventa non
solo
necessaria ma indispensabile.
La ricerca sul campo può infine concorrere a definire le procedure concrete
per fare in modo che la società nel suo complesso faccia proprio e valorizzi
un bene determinato. Il progetto di intervento non può quindi
essere rappresentato soltanto dalle procedure tecniche e dalla tempistica
relativa, quanto piuttosto deve prevedere un piano concreto attraverso
cui giustificare socialmente l’intervento e capace di coinvolgere la
collettività nella sua realizzazione. Si tratta non soltanto di misure
di accompagnamento opportune, ma del tutto necessarie per fare in modo
che l’intervento non diventi un’operazione fine a se stessa che, come
spesso abbiamo visto, manifesta una ridotta capacità di impatto dal
punto di vista collettivo.In un’ottica di progettazione interdisciplinare
dell’intervento, che è quella che abbiamo cercato di assumere in questa
nostra riflessione, il bene culturale diventa un oggetto, sia esso materiale
che immateriale, capace di produrre identità sociale, un bene cioè estremamente
importante per qualunque collettività umana. Il bene culturale è quindi,
immediatamente, un bene sociale e come tale degno di essere socialmente
tutelato e di impiegare risorse collettive più che significative. Qui
sta l’innovazione che può farci guardare a tutta la materia secondo
un’ottica innovativa rispetto a quella che sinora abbiamo assunto e
che è avuto una posizione dominante nella caratterizzazione dell’intervento
pubblico.
Enzo Nocifora
Università “La Sapienza” di Roma

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